Il tramonto delle aquile


Recensione di Marina Atzori

CURIONE1Il tramonto delle aquile di Chiara Curione

Genere: Romanzo storico

CE: Edizioni Esordienti E-book

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Recensione di Marina Atzori

“Sono solo un uomo travolto dagli eventi che spera in una vita tranquilla.”

Vorrei parlarvi di questa lettura partendo dalla fine, dalla storica e documentata morte di Manfredi di Svevia, quando venne sconfitto dagli Angioini durante la battaglia di Benevento, nel momento preciso in cui il simbolo dell’aquila reale si staccava dal suo elmo e cadeva a terra, mentre veniva pugnalato alle spalle, pare da un suo stesso soldato. Una sorta di presagio nefasto, un destino beffardo che già di per sé racchiude un segno, uno dei più significativi e profondi lasciato da uno degli Imperi più forti della storia d’Italia. Un’impronta che si incolla, risultando viva nel terreno di questo romanzo storico e fantastico allo stesso tempo. In quella battaglia, Manfredi di Svevia indossa troppo tardi l’armatura per combattere accanto ai suoi prodi con disperato valore, non senza sottrarsi alle sue responsabilità sovrane. Chiara Curione scrive di una Storia importante, non fa nessuna fatica a farlo, non inciampa neanche per un minuto nella riuscita della sua impresa. I personaggi vivono di luce propria per le loro gesta, ma lei non pare esserne intimorita. Scrive con estrema semplicità di Guelfi e Ghibellini, di Papato e Impero, eterni rivali. La presenza di una serie di passaggi in contesti storici precisi filano dritti e ben documentati sino all’ultima pagina. Nel contempo noto che una parte di storia è sapientemente e piacevolmente inventata, testimoniando la straordinaria capacità da parte dell’autrice di coinvolgere il lettore in un percorso sì storico, ma anche gradevolmente fantastico. Questo romanzo è come un bel vaso di maiolica, da qualsiasi parte lo si guardi, anche girandoci attorno, è degno di essere apprezzato e osservato con cura. Io credo racchiuda un nuovo modo, più moderno di raccontare l’identità storica che ci appartiene. Un narrare aperto a tutti, a coloro che già ne sanno e a coloro che vogliono scoprire cosa si nasconde dietro le imprese eroiche che la storia mera e pura ci propone. In questo scritto si scava nelle nostre radici, si può osservare la nostra evoluzione. Le guerre hanno sparso fiumi di sangue in nome della libertà, dell’autonomia, ma anche del potere e dell’indipendenza, questa è cosa nota. La scrittrice compie una scelta coraggiosa, quella di fare la differenza con il suo modo di scrivere fluido e inatteso. Certo, la storia è un argomento ostico da proporre ai lettori, rischia di annoiare, di far perdere il lettore nei meandri delle date e del numero dei soldati impiegati nelle battaglie. Ebbene, qui non accade. Ad essere sincera, non mi aspettavo francamente di trovarmi di fronte a una lettura che è anche romantica, nelle sue descrizioni attente degli ambienti splendidi del sud, ma soprattutto di quel castello nel quale la scrittrice ci propone di entrare. In alcuni passaggi ho immaginato di attraversare un ponte levatoio immaginario, lasciato appositamente privo di difese, ho girovagato, senza il permesso delle guardie, nelle segrete di una delle fortezze reali più affascinanti della storia. Vi dirò di più, al suo interno ho potuto “adocchiare” come si svolgevano i fatti, viaggiare con la fantasia in quel tempo remoto, attraverso segreti di relazioni diplomatiche e strategie, rapporti conflittuali eterni tra fratelli dal carattere combattivo e fiero. Questi ultimi non solo si contendono i regni, ma vanno alla perenne ricerca di approvazione da parte del loro padre ingombrante: il Grande Imperatore Federico, colui che preferiva la morte piuttosto di venire meno alla parola data. Un padre che spaventa per la sua grandezza, un uomo per cui la lealtà era veramente tutto, schiettezza che non è venuta meno neanche dopo il presunto tentativo di avvelenamento da parte del suo alter ego Pier Delle Vigne. Un figlio non può tradire le aspettative di un padre che porta in testa una corona, non un gingillo qualunque, ma il simbolo che per eccellenza rappresenta il potere assoluto. Ma torniamo a Manfredi ora. È senz’altro lui il protagonista del coronamento della riuscita di questa storia nella Storia. Il giovane non sopporta le regole, sa bene che per saper comandare bisogna saper ubbidire, lui sembra il figlio meno predisposto, meno adatto, perché insicuro, ma non di certo un vigliacco; quest’ultimo aspetto risulta sufficiente a far di lui un potenziale guerriero. Manfredi vuole conquistare il valore e la fiducia di suo padre e dei suoi futuri sudditi con le sue uniche forze, e ci riesce, attraverso la diplomazia e le doti uniche da stratega che lo contraddistinguono. Rimango colpita anche dal dialogo di confronto commuovente tra Federico e Manfredi, il padre gli confessa in punto di morte di preferirlo agli altri fratelli, dimostrando così l’amore incondizionato che nutre per lui; un momento denso di pathos quello in cui gli dice di assomigliare a sua madre Bianca, l’unica donna che abbia mai amato veramente. Insomma, l’autrice mi ha trascinata a pieno titolo in tutte le fasi del racconto. Non posso non citare il Mago Teodoro, la sua pozione magica e la sua teoria per cui “Il bene e il male si scontrano e tu devi essere pronto a lottare”. E poi c’è la delicatezza con la quale Manfredi si rapporta alla sua promessa sposa Beatrice di Savoia, e non ultimo rimango incantata dall’amore infinito per la prima figlia Costanza. Il prode guerriero è anche appassionato della fierezza dei falchi predatori; a un certo punto del racconto, durante una battuta di caccia coi falconieri, rimane catturato dalla visione di un cervo, carpendone la libertà di movimento. Ecco, a questo punto si insinua una piacevole metafora che approda allo spigoloso pretesto delle scelte di cui Manfredi non è mai potuto divenire padrone. Si trova a respingere i contrasti ideologici dei piani stabiliti dal fratello Corrado, superbo e distaccato calcolatore. D’altronde Manfredi era diverso da lui, vantava una serie di abilità innate: era più diplomatico e in grado di trascinare le masse, la sua modestia dava fastidio e faceva invidia a tante, troppe persone. Di seguito una frase che riassume lo spessore di questa figura descritta magistralmente da Chiara Curione: “Sono solo un uomo travolto dagli eventi che spera in una vita tranquilla”. Già, “solo un uomo”, coinvolto e rovesciato dall’umiltà mal celata di quest’affermazione, oltre che dalle sue missioni, osservato da insospettabili nemici, amato dalle donne che guardavano oltre l’armatura e il simbolo regale che ereditava, e persino odiato dal fratello Corrado perché accusato di essere troppo uguale a suo padre. Dulcis in fundo nel romanzo aleggia un rapporto di sincera amicizia, quella per l’amico Giorgio, che lo segue come un’ombra, proteggendolo forse con un’aura benevola, facendogli avvertire la sua presenza, anche quando la solitudine e l’angoscia lo assalivano, anche quando dopo le estenuanti battaglie non riusciva più a distinguere il giorno dalla notte. In fondo Manfredi solo non era, era costantemente in balia della sua strada, cieco dei suoi obiettivi e delle innumerevoli mete; ad accompagnarlo c’era il suo cavallo bianco, che cavalcava senza paura, andando dritto alla meta come un glorioso guerriero morto sul campo al grido di “Svevia!”. La storia è memoria, è bagaglio ed anche guida della cultura dei nostri giorni. Questa Storia in particolare, credo disponga dei mezzi per farci anche sognare; sicuramente Chiara Curione con me ci è riuscita! “Il tramonto delle aquile” può far volare anche il lettore, magari verso un tramonto dai colori unici, con le ali spiegate di un’aquila reale, quella della sua copertina. Complimenti. Da non perdere.