Recensione di Marina Atzori

Recensione di Marina Atzori

Per mia colpa di Antonella Mattei

Recensione di Marina Atzori

TITOLO: Per mia colpa

AUTORE: Antonella Mattei

A cura di: Il mondo dello scrittore

GENERE: Storico-Contemporaneo

“Vivere dentro un inferno”

Recensione di Marina Atzori

La trama si articola in una serie di fotogrammi e flashback, sapientemente intrecciati, tra il passato e il presente, in un lasso temporale che va dal 1980 al 2004. Le protagoniste sono Agnese e Lea, due figure femminili dal profilo decisamente interessante e accattivante. Inizio subito col dirvi che in questo libro troverete tanti piccoli grandi spaccati di vita vera, collegati alla Storia e all’importanza del suo passato che non andrebbe assolutamente dimenticato. Gli anni sono quelli dei campi di concentramento tedeschi in Polonia, dello sterminio degli ebrei, degli obblighi, dei compromessi, delle sudditanze psicologiche, connessi al periodo della Seconda Guerra Mondiale. “Per mia colpa” rappresenta per certi aspetti, il disegno del filo spinato presente sulla copertina, un filo appuntito che buca e ferisce richiamando alla Memoria la crudeltà dei Lager, un filo che ha impedito la fuga da più di una realtà terribile e soffocante. Ma scendiamo nel dettaglio dei personaggi, che a mio avviso sono i punti cardine di questo romanzo storico-contemporaneo. Agnese è una bambina che cerca di schivare i colpi bassi della vita, ma non sempre ci riesce, anzi, saranno più le volte in cui si troverà stretta nella morsa della paura di reagire; è figlia di Dorotea (Dori), una madre problematica, schiava dell’alcol, capace di svendere il suo corpo al migliore offerente, senza curarsi minimamente delle ripercussioni disastrose che ottiene il suo comportamento scellerato. A tal proposito vi propongo qualche breve passaggio scritto dall’autrice:

… “ma l’assenza di una madre si fa sentire, specialmente per chi non sa neanche cosa sia un padre. È come chiedere cosa c’era prima della vita: un’assenza di cognizione che nemmeno i filosofi più audaci riescono a spiegare con chiarezza.”

Agnese subisce in silenzio un’assenza che in fondo è una presenza costante nella sua negatività. La ragazza inghiotte le lacrime, trattiene il respiro, cerca di fermare il battito impazzito del suo cuore, dopo le botte di sua madre; ma è ancora troppo piccola per capire a quali vuoti incolmabili dovrà andare incontro e, quando l’età le imporrà di ricordare alcuni episodi di inconcepibile violenza, potrebbe essere tardi. Gli schiaffi e i pugni, i lividi e le bottiglie vuote scaraventate a terra, diventeranno schegge impazzite che assalgono i suoi pensieri ovunque e comunque.

La forza di questo romanzo sta proprio nell’arte di trasportare il lettore dentro la storia, fino ad avere la percezione concreta dell’impotenza di reagire, della mancanza di coraggio, un coraggio pulito e caparbio che non vuole assolutamente lasciare spazio alla resa. Agnese non si dà per vinta, cade e si rialza e non molla, non molla mai. Nonostante soffra per tutte le angherie subite, lei riesce a stringere a sé la forza della speranza. La ragazza è giudiziosa, ha un forte senso del dovere e ha molto bene in mente il significato delle parole, sacrificio e colpa. Ma di quali peccati si è macchiata e si macchierà questa piccola donna cresciuta troppo in fretta? Per quali imposizioni porterà con sé un enorme peso sul petto? Per tutto c’è una risposta, ma non per il pentimento di essere venuta al mondo, un mondo in cui non c’è spazio per il perdono e l’indulgenza, soprattutto nei suoi confronti. Le colpe le sente tutte sue, sono diventate padrone dentro la sua coscienza e la divorano; gli errori sembrano essere macigni prima e carezze poi, alibi e pesi insostenibili, catene che hanno reso faticosi persino i più piccoli e semplici passi.

“Meglio mille demoni che scompaiono all’alba, che uno solo destinato a perseguitarti tutta la vita.”

La sua adolescenza è segnata da un cumulo di lenzuola bianche stese e cullate da un vento poco indulgente che asciuga solo in parte l’amarezza della vita, senza portare via con sé una vergogna intima e straziante, per una madre annebbiata dal vizio del bere e dal sesso, una madre che, per ottenere in cambio un paio di bottiglie in più ha rovinato la sua esistenza e quella di sua figlia. Nonostante la ragazza non riceva da Dori, nemmeno un grammo di affetto, sembra quasi adeguarsi, sottomessa a tutto quello che le sta intorno, ma la sua è più una rassegnazione, un timore di aprire gli occhi e guardare in faccia l’odio che nutre per il sangue del suo sangue. Tutto questo fa male e brucia, come una ferita aperta, proprio come quel filo spinato che impedisce le fughe da prigioni di solitudine e torture profondamente ingiuste.

La verità è che Agnese si sente fragile e vuota come le bottiglie che si scola sua madre. Agnese non può scegliere. Agnese si sente eternamente in debito con l’universo; lei è caritatevole e giudiziosa, stende i panni, lava i piatti, cucina, va in Chiesa, accudisce e ascolta gli anziani anche per guadagnare qualche soldo che immancabilmente finisce nelle mani bucate di Dorotea, egoista e violenta solamente in grado di giocare con la vita, sotto le lenzuola, con una moltitudine di uomini che la possiedono negandole ogni forma di rispetto umano. Agnese vorrebbe scappare da tutto, dai ricordi della deportazione e da sua madre, da un inferno che si è trasformato in vortice, dentro al quale è stata risucchiata ed  è diventato impossibile vivere.

“Potesse volare via. Ci ha provato cento volte…”

La voglia di sparire è tanta, di dlileguarsi tra i campi, con i capelli prima lunghi e poi rasati. La guerra le impone di recitare una parte, ma lei si ribella e ancora una volta tenta di allontanarsi, inseguita dai suoi stessi demoni. Le grotte e i rifugi nell’immensità delle campagne sono introvabili così come una via d’uscita. Giustiziera prima e fuggiasca poi. Questo è il destino della figura di Agnese che nulla può o quasi, per liberarsi dalla sofferenza.

Veniamo alla conoscenza di Lea, una anziana donna molto ricca, superstite di Auschwitz, una figura tanto forte, quanto misteriosa, che comprende da subito i valori di Agnese e che renderà questo romanzo ancora più intenso e vivo e perso in un insieme di sentimenti inaspettati e contrastanti. La donna cercherà in ogni modo di sopperire alle manchevolezze che Dori ha nei confronti della figlia, cercherà di entrare nell’animo sofferente di Agnese offrendole affetto materno, fiducia con estrema generosità. Anche Lea tuttavia trascina con sé un passato oscuro che le ha insegnato il gusto della vendetta e il saper custodire segreti. Agnese affronterà se stessa e questo rapporto con i suoi dubbi perpetui. Lea le aprirà più di uno spiraglio e darà una svolta al romanzo stesso. Il lettore attraverso l’introduzione di questo personaggio, verrà catturato a pieno titolo, nel proseguo della storia fino all’ultima pagina. Questo legame crescerà e si stringerà, non senza un po’ di diffidenza iniziale, diventando con lo scorrere del tempo voglia di riscatto, autostima, ma non sarà ancora tutto. I colpi di scena non mancheranno, ve lo assicuro! Un libro e una sciarpa di seta regalati quasi per stabilire un patto tra il bene che vuole offuscare e allontanare il male una volta per tutte. Lea attraverso questi oggetti vuole far sentire la presenza di una mano tesa verso un’altra, capace anche di agire, facendo da scudo. Il silenzio e la penombra impongono ad Agnese di riflettere. In fondo lei non sa molto di Lea, questo la impensierisce, ma allo stesso tempo però ne comprende la dura corazza che la avvolge, rifugiandovisi. Anche Lea combatte con i fantasmi del passato, ha dovuto fare i conti con una sorta di metamorfosi, una sete di vendetta, una freddezza che prima o poi potrebbe uscire allo scoperto. Questo romanzo racconta una storia di cui ci si può facilmente innamorare, per le parole cariche di significato, per quell’eterno soffrire che in certi passaggi arriva al cuore dei lettori più sensibili, ma credo anche a quello dei più razionali. Credo che Antonella Mattei scriva bene e con intenzione. Questa è la sua carta vincente. Potremmo sentirci un po’ tutti, deboli e forti, di fronte a un mondo che ci appartiene solo in parte, a volte. I nostri pensieri vorrebbero uscire da noi stessi, sentirsi liberi di andarsene, mentre esplodono dentro una gabbia stretta e angusta fatta di inutili sensi di colpa. Il dolore trasforma i protagonisti di questo libro, dotato di una magia particolare, tutta sua, non solo per la trama, ma anche per il modo spontaneo con cui è stato scritto. Il nostro animo spesso si fa forte di alcune barriere, si diventa impermeabili alle emozioni, alle parole che servono e non vengono mai pronunciate al momento giusto per paura di rimanere coinvolti. Recensione di Marina AtzoriLa Mattei invita il lettore attento ad aprire le ali e il cuore. Chi d’altronde non vorrebbe volare via, come Agnese, da una vita sbagliata, per poter dimenticare il peso di certe circostanze avverse? Cosa impedisce questo volo leggero senza sensi di colpa? Cosa ci mantiene troppo spesso ancorati a terra? Forse la responsabilità è da attribuirsi a uno dei fardelli che più impedisce di spiccare il volo: la troppa sensibilità. Complimenti all’autrice Antonella Mattei, gran bella penna: 5 margherite meritatissime!

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Recensione di Marina AtzoriAntonella Mattei è stata una piacevole scoperta durante l’iniziativa #coltiviamolascrittura. Avevo scelto il suo libro da recensire perché mi aveva incuriosita parecchio. Ricordate il suo fiore d’autore? Chi volesse leggere l’articolo dedicato può farlo QUI.

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