L'anima chiusa in una busta

L’anima chiusa in una busta


L’anima chiusa in una busta

L'anima chiusa in una busta

La mia storia L’anima chiusa in una busta tra le prime dieci più lette sulla piattaforma interattiva “Intertwine”. Ogni anno vengono pubblicate migliaia di storie, quindi sono orgogliosa di condividere con voi questo meraviglioso risultato.

***

“Dottore, vorrei rinascere uomo.

Gli uomini sono più forti delle donne, si sentono invincibili, più sicuri, si fanno scivolare addosso qualsiasi cosa…”

Esercito psicoterapia da una vita e posso assicurarvi che le cose stanno in tutt’altro modo.

Una volta tanto sarò io a vuotare il sacco, sfatando questo stupido luogo comune sugli uomini che dovrebbero essere più forti delle donne.

Non lo sono, eh no! Non lo sono affatto, non tutti perlomeno.

Io sono l’eccezione che conferma la regola.

Le segrete del mio castello sono state violate insieme alle leggi del distacco medico-paziente. Un caso in particolare ha toccato le corde del mio mondo interiore.

Anche noi uomini, scopriamo nel mezzo del cammin di nostra vita di attraversare la famosa selva oscura dantesca.

Certo, perché prima di essere un medico, sono un uomo, ma soprattutto una persona, un essere umano.

La mia confessione, se così posso definirla, potrebbe sembrare una notizia da schiaffare in prima pagina. Una di quelle talmente assurde da non sembrare vera. Eppure la mia lo è, dovete credermi.

Ebbene sì, ho fatto il tonfo nel buco nero dell’umanità. Sono scivolato sulla famosa buccia di banana. Prima o poi capita a tutti di metterci il piede sopra.

Insomma, è successo quello che non sarebbe mai dovuto succedere a un professionista come me: farsi coinvolgere dalla storia di un paziente.

Ho faticato ad ammetterlo, perché ancora non so se sto facendo la cosa giusta. Vi dirò di più, non mi sento troppo in colpa però, perché in fondo, molto in fondo, ho seguito alla lettera le prime cose che ho studiato. Quando un’emozione forte investe il vostro Io, e avvertite la sensazione di avere la testa dentro il guscio di una campana che suona l’allarme, conviene accoglierla, farla entrare, indicarle la strada dentro di voi senza porre resistenza.

Così ho fatto, ho seguito “le istruzioni”, mi sono lasciato intontire da un rumore assordante.

Lasciate che vi spieghi come andò…

Francesco doveva essere un paziente come tutti gli altri, un po’ insicuro, con le sue fobie, solite cose: era cresciuto senza un padre e io stavo lavorando per scacciare i suoi demoni interiori. Da buon medico avevo cercato le soluzioni più adatte a lui. Da uomo mi accorsi che la sua sofferenza, seduta dopo seduta, stava diventando un po’ anche la mia.

Fino a quel giorno era andata sempre liscia. Orecchie ben tese ad ascoltare, mano ben ferma sul taccuino a scrivere il riassunto dei riassunti. Le regole sono regole: il sentimentalismo doveva stare chiuso nel cassetto insieme agli appunti più salienti e al mio registratore.

Con lui non fu così. Il cassetto si aprì, più volte, e io non riuscii più a richiuderlo.

Dopo svariati anni di assenza, il padre si era fatto vivo, attraverso uno scritto arrivato a casa della madre.

Francesco mi raccontò dell’accaduto. Gli chiesi io di scrivere una risposta, senza spedirla. Sarebbe stato per lui fonte di sfogo, e un modo per liberarsi di alcune frustrazioni.

Quando ebbi modo di leggerla, però, me ne pentii amaramente. Mi trovai inspiegabilmente spogliato per più di un attimo del mio ruolo da strizza cervelli. Non mi distesi sulla chaise longue perché mi sarei sentito prima di tutto un fallito nel mio lavoro, e subito dopo bersaglio mobile di una serie di indici puntati contro da parte dei colleghi. Se fossi cascato nella trappola dell’inversione delle parti, sarebbe stato come issare sul ponte il famoso drappo illibato dell’arresa.

Aprii e richiusi quello scritto. Mi colpì a tal punto da rileggerlo, ripiegarlo e tenermelo in tasca. Il problema non fu di certo quello di disfarmene, avrei potuto darlo in pasto al tritacarte in qualsiasi momento. La mia preoccupazione fu data dal fatto che non riuscivo a togliermelo dalla testa. Era lì, stampato, cucito tra le pieghe della mente.

Gli dissi che avevo archiviato il tutto nel suo dossier e che avremmo affrontato il discorso più avanti, quando si fosse sentito pronto. Mentii. Chi non era pronto ero io. Presi quella decisione più per il mio bene che per il suo.

Al parco, fumai una sigaretta dietro l’altra per allentare la tensione, mi alzai più volte da quella panchina che sembrava fatta di chiodi.

Avevo incontrato, forse per la prima volta nella mia carriera, una persona, un uomo più forte di me e delle mie convinzioni apprese sui libri.

L’allievo superò il maestro. La sua freddezza mise a tacere anni e anni di esperienza nel mio campo.

Oggi, a distanza di tempo, vorrei invitarvi a credere nelle mie parole, seppure quello scritto, sia più convincente e meriti più attenzione della mia premessa.

Per una volta ho bisogno io di essere compreso e ascoltato. Ho bisogno che il Mondo sappia della mia debolezza e non di quella di qualcun altro.

L'anima chiusa in una busta“Ieri mi hanno detto che mi hai scritto.

È passata una vita e tu nemmeno te ne sei accorto. Io sì, lo sai?

Ho contato i giorni, perché è stato anche grazie a te che non passavano.

Ho sempre pensato che il tempo avesse il potere di curare tutto. Mi sbagliavo. Il tempo non guarisce un bel niente.

Il tempo logora, stordisce, mette paura.

Già, la paura…

e tu cosa ne sai di quanta ne ho avuta io quando sei sparito?

Quando si è piccoli si ha paura del buio. Io nel buio ci camminavo scalzo. Avevo paura invece di qualcos’altro: della tua assenza. Sì, perché la tua assenza purtroppo è sempre stata presenza. Tu eri nella pelle, nel sangue, nella testa, nei miei capelli ricci e un po’ scomposti che avevo preso da te, purtroppo. Forse una cosa dovresti saperla, mi mancavano mani forti a sorreggere un futuro troppo incerto. Ti aspettavo a quella finestra e non arrivavi. Non arrivavi mai, quelle mani non ci sono mai state. Non sapevo dove fossi, con chi fossi. Sapevo soltanto che non eri con me.

E adesso che ormai sono un uomo, tu che fai? Mi scrivi…

Io ti rispondo con quello che non ho più dentro, con i vuoti che hai creato, anche se ti meriteresti solo il nulla.

Beh, sai cosa c’è? C’è che è tardi, è tardi per qualsiasi cosa tu voglia dire o fare. E sai perché? Perché io non ho voglia di ascoltarla la voce del niente.

In questi anni, dove non ci sei mai stato, dove non hai mai preso una penna per scrivermi, una macchina per venire a cercarmi, io ho scalato le montagne, ho visto i precipizi e ho fatto fatica a stare in equilibrio tra il vuoto e il pericolo di non farcela. Ma tu non puoi saperlo, con la vita hai sempre giocato, ti sei sempre nascosto dietro a te stesso.

È brutto diventare ombra. Vieni calpestato, risulti indefinito e inconsistente; prendi forma solo al buio, sotto la luce dei lampioni, nelle strade deserte mentre si prendono a calci i sassi. Poi però la luce si spegne e irrompe il silenzio, un silenzio che fa tremare come la scossa di un terremoto. Pochi secondi e il mondo crolla, ma le ombre no, loro si rigenerano, come replicanti, tappando la bocca a quella luce.

Chi sei? Cosa vuoi?

Un figlio, dopo tanto tempo, così tanto da scordare il contorno del tuo volto, il suono della tua voce, dovrebbe ancora crederti?

Se pensi che questo sia possibile, sei un illuso e un fallito. Uno che non sa cosa si è perso, che ha lasciato andare tutto.

Mi chiedi di perdonarti… ma come faccio? Non posso. Finirei per odiarmi.

Vedi, in fondo un po’ coraggioso lo sono diventato. Sto guardando in faccia il passato e forse sono così forte perché sei solo una stupida ombra.

Ombra che se n’è andata e che non tornerà mai più.

Ho acceso quasi tutte le luci del mondo, a te ho lasciato l’unico angolo buio. Non combatto più con il passato per elemosinare almeno un tuo pensiero.

Ho gettato la spada e lucidato la corona al presente.

Con un leggero battito d’ali sto volando lontano da te. Non saprai mai dove abito, con chi divido il mio letto.

Tu non sarai più dietro la porta, dentro la busta di una lettera scritta per lavarsi l’anima.

Tu non ci sarai più da nessuna parte.”

L'anima chiusa in una busta

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