Una mela a mezzanotte

Una mela a mezzanotte. Un semplice frutto da dividere in due.

Se ci penso sembra uno scherzo. Già. Uno scherzo del destino per niente divertente. Perché, porca di quella miseriaccia infame, io e te siamo sempre e solo stati amici e per niente qualcos’altro. Amici veri, mica storie! Amici di quelli che si raccontano tutto (o quasi), persino i segreti più assurdi; persino che il mondo così com’è non ci è mai piaciuto e che avremmo fatto di tutto per cambiarlo; che, prima o poi, saremmo scappati, da qui, per andare chissà dove, senza dirlo ad anima viva, magari prendendo strade diverse, treni diversi, ma con la promessa che niente e nessuno avrebbe potuto spezzare l’incantesimo (o la maledizione, dipende).

Un giorno, di punto in bianco (neanche tanto), abbiamo smesso di essere amici. Abbiamo smesso di parlare del sistema, delle disuguaglianze, del surriscaldamento globale, delle ingiustizie e abbiamo iniziato a parlare di noi, di me e di te, come non avevamo mai fatto prima. Ci stavamo disabituando a ridere delle cazzate, alle giornate al mare da amici, alle telefonate da amici. È così che sono arrivati i messaggi e le cose dette a metà, i puntini di sospensione…

Poi, un bel giorno, anzi, una bella notte senza stelle, una delle tante in cui non riuscivo a dormire, ho preso la macchina e sono venuta a casa tua; mi hai aperto la porta, mi hai salutata ed io ho salutato te. Solite menate. Fin qui, tutto normale. Mi sono seduta sulla solita sedia, ti ho ascoltato, non come al solito, però. Dicevi che al lavoro non passava più, che eri stanco di risolvere i problemi degli altri e di lasciare da parte i tuoi. Poi, dopo aver messo su il caffè, hai preso una mela dal cestino, l’hai passata sotto l’acqua corrente come se stessi facendo il gesto più naturale del mondo. Ed era così. Stavi semplicemente sciacquando una mela. Non c’era niente di male, pensavo, facendo opera di autoconvincimento. La tua, era solo voglia di mangiare una mela, a mezzanotte.

Però, c’era un però… Tenere in mano una mela in quel modo è reato! Appoggiarla sul tavolo, così, è una tortura! Pensavo.

Qualche goccia d’acqua scivolava lentamente seguendo la rotondità della mela. Mai come in quel momento avevo pensato al significato immorale di quel frutto. Lo guardavi ed era come se stessi guardando me. Sembrava volessi dirmi qualcosa o fare qualcosa con i gesti lenti e premurosi nei confronti di quella benedetta mela. Provavo una certa invidia per quel frutto rosso come una ciliegia, sbucciato con tanta cura. Ma quella era solo una stupida mela. Una maledettissima mela. Quella sera avevi lo sguardo basso, eppure non eri mai stato timido. Giocavi a far finta di niente e la cosa mi disturbava alquanto. Volevo le attenzioni su di me. Volevo non pensassi ad altro che a me.

È solo una mela, una stupida mela, continuavo a ripetermi, mentre iniziavo a vedere mele ovunque. Sulle piastrelle, sulla tua maglietta bianca, che sembrava fatta apposta per stamparci non una, ma mille milioni di mele color ciliegia.

E per giunta, mezzanotte era passata da un po’. Mi sentivo Cenerentola nei panni di Biancaneve. Mai come in quel momento avrei voluto il bacio del risveglio. Indovina da chi? Cosa mi stava succedendo? O meglio, cosa ci stava succedendo. Anche tu eri diverso. Eravamo diversi entrambi. Anche il modo di dirci le cose e di guardarci erano cambiati. In testa, non ti dico che casino. La domanda “x” non ci mise molto ad arrivare, puntuale come il tè delle cinque: E adesso che si fa? Adesso che si fa cosa?! Rimuginavo, tamburellando a casaccio sulla tastiera del mio smart.

“A chi scrivi a quest’ora?”

“Chi? Io?!”

“E chi, scusa! Sembri impegnata… non sei qui. Hai la testa da un’altra parte. Ti conosco”

Se sapessi…

“No no, figurati! Sto giocando un po’ col cellu… tutto qui”

“Non mi convinci, ma faccio finta di essere convinto”.

E facevi bene a non essere convinto. Non bisognava essere Sherlock Holmes per capire che ero strana e nervosa e che tu c’entrassi qualcosa.

I silenzi si facevano più lunghi, più allusivi, meno decifrabili. In un certo senso, più intriganti, più bastardi. Più… tutto. Se dovessi spiegarlo a parole non ci riuscirei. Ero completamente in bambola. Inutile girarci attorno. Non avevo mai fatto così tanto caso al modo in cui toccavi e spostavi le cose. Nell’aria c’era qualcosa di magico e impalpabile. Quel qualcosa ci volava intorno come una farfalla. Era difficile da afferrare. Avrei voluto conoscerti da molto prima, per capire chi sei veramente; per capire cosa provi per me. Avrei voluto essere con la schiena al muro, non avere scampo e sentire vicine quelle labbra, che stavano perdendo tempo lontano dalle mie.

Devono essere morbide…, pensavo. E pensavo a questi anni, a tutte le volte in cui ci siamo sfiorati per sbaglio e niente era, in cui credevamo che niente fosse. Ci siamo nascosti tutto quello che serviva sapere, forse. E ancora, forse, quel tutto era un modo per avvicinarsi pur essendo lontani da certi pensieri che, oggi posso dirlo, mi sono balenati un sacco di volte. Forse, è diventato complicato fermarsi, non poter andare oltre. Quel troppo, prima o poi, avrebbe chiesto il conto. Prima o poi era arrivato. Era stasera.

Ti asciughi le mani, ti giri e mi stendi con la mazzata finale: “Ti va di fare a metà?”.

Ecco che immagino altre mille mele color ciliegia, un po’ come gli uccellini e le stelline in girotondo dei cartoni. Mi riprendo e rispondo: “Metà?! Scherzi?! No, adesso no!”

“E quando, scusa?! Bella addormentata nel bosco…”, rispondi, con un sorrisino da ko tecnico. Giuro, neanche Mike Tyson avrebbe retto. Ero al tappeto. Completamente fusa.

Le congetture si sprecano. Ma cazzo! Non mi avevi mai sorriso così. Avrai bevuto? Impossibile, sei astemio. BellaAddormentataNelBosco a chi?!

“Sono più che sveglia, tranquillo. Una mela? A mezzanotte?! Non se ne parla proprio. Non ho fame. A quest’ora, poi…”

“Perché no? Cos’è che ti fa più paura la mela, il bosco o la mezzanotte? Non è che… sotto sotto sei una Cenerentola di notte e una Biancaneve di giorno, e non me l’hai mai detto?”.

La risposta poteva essere usata contro di me. Quindi, non ti risposi. Avevo paura di me e di noi. Per un attimo avevo perso l’uso della parola. Mi conoscevi troppo bene e, probabilmente, mi stavi provocando facendo leva sull’ironia, come al solito. La verità, detto tra noi, è che non volevo finisse male. O bene. Non lo so. Sapevo solo che quella sera non era una sera come una delle tante altre che avevamo passato insieme; sapevamo che il caffè era pronto da non so quanto e che l’odore di bruciato si sentiva ormai per tutto l’appartamento. E niente, era da rifare, il caffè e tutto il resto. Ero a un bivio. Eravamo a un bivio. Signore e Signori, è ufficiale: da qui sono cominciati i miei guai e la mia storia. Dal famoso “Pomo della discordia”; da Biancaneve, che tutto a un tratto si era sentita anche Cenerentola, pur odiandola, perché quei vestiti coi fronzoli e quella coroncina in testa non facevano parte del suo mondo. Da me, che mi trovavo nel bel mezzo di una crisi d’identità.

Era mezzanotte e cinquanta. Non vedevo scarpette di vetro e nemmeno uno dei Sette Nani. Era già qualcosa. Zero allucinazioni, ma in compenso mele color ciliegia come se piovessero. Una cosa era certa. Anzi due: avevo voglia di vivere la favola, con la “F” maiuscola. Avevo voglia di innamorarmi.

CONTINUA…

QUANTI SIETE…

Una mela a mezzanotte * VERBA SPINOSA

Una mela a mezzanotte