Le piccole cose che per me sono grandi

Ginestre in bianco e nero

 Ginestre in bianco e nero

Storia ispirata dall’Opera d’arte del pittore Antonino Cammarata

[Pensieri inFiore]

Ginestre in bianco e nero
immagine dal web (Ginestra fiorita di Antonino Cammarata)

Quella che vi propongo è una sfida.

Prima di iniziare a leggere questa storia, vi chiedo di immaginare la splendida tela del pittore siciliano Antonino Cammarata, in bianco e nero.

Vi chiedo, quindi, per pochi minuti di dimenticare i colori che avete appena visto.

Avrei potuto snaturare il paesaggio con uno di quei programmi di foto ritocco, ma sono convinta che il mio messaggio non sarebbe arrivato come avrei voluto…

Il Mio Quadro

Quel quadro fu per Giorgio un regalo inaspettato. Arrivò da una persona che non gli aveva mai domandato nulla in cambio. Si trattava di una donna. Il suo nome era Sabrina e faceva l’infermiera di reparto in una clinica privata del centro Italia, la stessa dove Giorgio fu ricoverato per mesi, a causa di un grave incidente che gli impedì di camminare. Sabrina spiava l’uomo più volte durante il giorno, facendo in modo che egli non se accorgesse. La luce della stanza otto era ancora accesa e il vociferare dei colleghi, proveniente dal fondo del corridoio, le ricordavano che a breve le avrebbero dato il cambio. Quel turno di notte non andò come tutti gli altri, la fece riflettere come non le era mai successo prima. Eppure era abituata ai malati, ma con Giorgio era diverso. Le capitava spesso di vederlo piangere perso probabilmente nei meandri dei ricordi. Quando succedeva cercava di stare lontano e di rispettare i suoi momenti di silenzio. Gli portò il quadro la mattina in cui potè finalmente alzarsi in piedi e camminare sulle stampelle. Lo fece appendere nella parete di fronte al letto di Giorgio. Lui rimase incredulo, immobile. Non credette ai suoi occhi. La solitudine lo aveva portato fuori dal mondo, i dolori e i farmaci gli impedivano un volto sereno. La mano di una donna gli mancava come l’aria. Poche persone gli erano rimaste accanto. No, non aveva nemici. Era soltanto colpa di quel maledetto incidente d’auto che gli stravolse la vita. Non aveva più nessuno per cui lottare, fuori.

La porta socchiusa della camera sbattè per la corrente.

Sul viso e tra le ciglia d Giorgio si posava la tanto scomoda realtà: quella di uomo fragile che, prima o poi, avrebbe dovuto fare i conti con se stesso e i propri limiti.

Tutto questo succede quando non ti puoi alzare, non puoi vedere e neppure sentire cosa accade realmente in mezzo a quei ciuffi d’erba così ben disegnati, spostati dal vento verso un’unica direzione. Forse il giallo e il rosso, presenti su quella tela, voi li date per scontati, per me è non è così. Neppure li ho mai voluti vedere, neppure li ho mai voluti cercare io, quei colori. Sento il bisogno di avvicinarmi, di toccarli., ma non sono veri. L’azzurro del cielo… dalla finestra della mia stanza ha cambiato spesso tonalità. Non gli importa di come sto. La vita va avanti per il cielo, non per me. 

La mente di Giorgio vagava e dove finiva la cornice finivano i pensieri assurdi. Oltre quell’immensa distesa di fiori c’era una piccola barca arenata da un paio di tronchi. Come lui, non era pronta a gettare i remi, ad andare al largo. I gabbiani e la libertà erano lontani, forse troppo. Aspettare così tanto e così a lungo, per Giorgio, era diventato un’agonia. Come quell’imbarcazione, avrebbe voluto sentire la sabbia e la sua profondità, ma non era possibile. Nei suoi sogni, la forte sensazione di voler fuggire lontano diventava sempre più forte. Avrebbe voluto scappare, fin dove i piedi glielo avrebbero concesso. Il mare si nascondeva nel quadro, anche la sua presenza serviva, lo aiutava ad annegare nei ricordi. Giorgio continuava nel suo viaggio immaginario dentro la tela, nonostante, pensare gli creasse capogiri. All’interno del dipinto, il fusto dell’albero si innalzava robusto. I rami apparivano intrecciati e contorti  come le sue riflessioni ad alta voce. Le punte frastagliate delle foglie sfiorano le nuvole. E poi, c’erano loro, le ginestre in fiore. In quegli istanti, i colori di quel quadro somigliavano a pure illusioni, a mete irraggiungibili. Lo schianto aveva stravolto tutto, gli aveva capovolto la vita, mentre un’entità superiore, per pochi miracolosi attimi, aveva deciso di dargli una seconda opportunità. Le sue gambe iniziavano a muoversi. Esse venivano accarezzate da quelle lenzuola bianchissime e nello stesso tempo rigide. Il tepore della primavera che intravedeva nel quadro non era sufficiente a farlo stare meglio.
Il sudore sulle tempie scendeva lento e si scioglieva sulle guance, come lo zucchero appena immerso nella tazza di camomilla appoggiata sul comodino.

Chi l’ha detto che il tempo guarisce tutto?

Il tempo non guarisce un bel niente. Le ferite e le cicatrici sono figlie dei minuti, non passano mai.

Che ne sanno gli altri del mio dolore, fanno solo finta di capire. Odio il ticchettio degli orologi. Perché questi mostri di precisione, scandiscono e solfeggiano gli attimi. Ho voglia di scrivere…
“Caro Tempo, vorrei rubare i pennelli a quel pittore e bruciarli tutti, uno ad uno. Mi sento in trappola. Vedo il mio letto come una scacchiera. Non ci sono alfieri o cavalieri a proteggermi, non ho alcun diritto di essere difeso, poiché non sono un Re. Cammarata sparge sui prati nugoli di petali come fossero caramelle, senza neppure una sbavatura. Le sue mani avranno mai provato la paura, quella vera, quella di non farcela? Non credo. Io la paura la sogno, la tocco ogni notte, la vivo ogni giorno, mentre lui… si confonde, giocando con i papaveri, sedendo accanto agli ulivi. Vorrei avere ali di farfalla per rendere vivo ciò che per me è natura morta. Mi piacerebbe regalare a Sabrina Il Mio Quadro in bianco e nero, ma non voglio deluderla. Lei è la speranza, per me, adesso. Ma dopo? Dopo cosa accadrà? No, non la sento mia la speranza. Ti chiedo un favore caro Tempo, prenditi tutto di me, e in cambio del bianco e del nero, lasciami due pennelli, e poi una tela vuota, grande, più grande che puoi. Voglio dipingere, non fiori, non nuvole, ma soltanto la mia realtà…