Storia di una partenza

Storia di una partenza

(Questa è la mia storia) #ciaksiscrive #carolettoretiscrivo

Storia di una partenza

Questa è la storia della mia partenza.

Si fanno i bagagli, senza pensare se basteranno tempo, ricordi e vestiti ripiegati in valigia. La paura di non farcela è tanta. Non è mai facile allontanarsi dalla propria terra, pur essendo, in parte, consapevoli di non avere alternative.

Quando non c’è possibilità di scelta cambia tutto. Non si possono fare progetti a lungo termine. Non si può rimandare, né dormirci sopra una notte.

No, non si può.

Io non ho potuto contare fino a dieci. Come, dove e quando avrei messo le basi per il futuro era un’incognita. Non c’è stato appiglio al quale aggrapparsi.

Sono dovuta partire e basta. E se poi ne avessi fatto una malattia? Poco importava.

Stavo bene dove stavo, perché mai avrei dovuto desiderare una vita diversa altrove? In fondo, una ragazzina non avrebbe potuto capire il peso di questo viaggio.

Mi sembra ieri.

Eppure, di acqua sotto i ponti ne è passata, e anche tanta, troppa…

Guardavo fuori, con gli occhi lucidi e le mani al caldo.

Cercavo di non pensare. In tasca avevo un paio di conchiglie e un tic tac alla menta uscito da una scatoletta rotta.

Non sapevo dopo quanto tempo sarei arrivata. Qualcosa però, mi diceva che non avrei più giocato a catturare con il retino piccoli pesciolini indifesi.

No, non avrei più potuto.

In quel momento, il pesciolino senza difesa alcuna ero io.

Fuori dall’acqua non si sta bene. Si soffoca.

Mentre le rotaie mi portavano via dal luogo in cui avrei voluto tornare un giorno, piangevo.

Cercavo di farlo in silenzio, asciugando le lacrime sui polsini della felpa. Nacondevo la paura con il cappuccio in testa insieme a un senso di protesta nei confronti delle ingiustizie del mondo che mi portavo dietro, ovunque andassi.

Sangue sardo scorre nelle mie vene. Sangue cagliaritano e nuorese. Testardaggine e orgoglio a dismisura, questo ero, e sono ancora.

La scuola, il futuro, le speranze, il lavoro, non contavano in quel momento. Contava solo la rabbia.

C’era trambusto dentro. I pensieri affollavano la mente confusa e spaesata.

I vetri sporchi di quel treno che fagocitava chilometri.

Immagini sempre più impercettibili.

Come se nulla fosse, mi allontanavo, con gli occhi gonfi di lacrime segrete. L’addio era lì, a due passi da me.

Scorrevano i campi di terra arsa dal sole, e poi loro, i mostri del vento, le pale eoliche, padrone indiscusse di ogni raffica di Maestrale. Presto avrei sentito anche la mancanza di quei giganti di ferro e cemento, e di Quel Vento che piegava le querce al suo volere.

Il mare era sempre più distante e così pure la mia terra, la Sardegna.

Quando ti allontani dalle tue radici ti senti come un fiore di montagna strappato al suo terreno migliore. Ti servono neve, acqua e sorgenti fredde come il ghiaccio per risvegliare la voglia di andare avanti.

Le persone, le case, le strade sono diverse quando non ti senti a casa. Il mio compito è stato quello di consegnarmi a ogni tentativo di riscatto personale, di provare a fare alcuni passi da sola, con un paio di scarpe completamente nuove che forse non avrei voluto indossare, ma che speravo avessero il potere di farmi scordare le orme del passato che mi hanno allontanata.

Sapete, anche il cielo è ha un altro colore, lontano da casa.

Persino le stelle brillano di meno. Dovete credermi.

Ho fatto in modo che un azzurro un pò più opaco diventasse ugualmente la calamita dei miei desideri. Ma nonostante ciò, mi mancano storia e tradizione dei paeselli sperduti dell’entroterra. Non sapete quanto vorrei rivederli. Così desolanti e malinconici per qualcuno, tanto poetici per me che scrivo. Al pomeriggio fino alle quattro non c’era anima viva. Invece al mattino, sulle panchine, o vicino alle edicole qualcuno c’era sempre. Si sentivano, il mormorio della gente e il profumo di caffè arrivare dai piccoli bar. Si vedevano le donne anziane uscire dalla chiesa con su muccadori nieddu (tipico foulard nero indossato in segno di lutto familiare) e il rosario stretto tra le mani. Giornali aperti sui tavolini e visi attenti, segnati dall’età, rapiti da una pagina fresca di sport o da una preghiera silenziosa. I volti erano quasi sempre coperti da un velo di inquietudine, quasi a voler proteggere una solitudine cercata e voluta fortemente. Quegli sguardi, quei mucchietti di persone, mi appartengono ancora oggi e sempre mi apparterranno. Li sento dentro di me, occupano ogni angolo della mia storia, così come sento mia l’illusione di poterci ritornare in quelle piccole piazze dove niente diventava tutto quanto. Poi c’erano anche i paesaggi incontaminati, i fiori rari, il gregge libero di riposare all’ombra degli alberi carichi di fichi color vino, dolci e maturi. Orchidee, fiordalisi, distese di sabbia bianca identica a minuscoli chicchi di riso, fenicotteri rosa e cormorani che sfrecciavano tra le nuvole. Tutte queste meraviglie della Natura si sono incastonata perfettamente nei miei ricordi come tante pietre preziose a un anello dal valore inestimabile.

C’era tutto nella mia Sardegna. Tutto, tranne la possibilità di restare.

Spesso provo a immaginarmela per sentirmi meno sola. Vorrei riassumere tutto in un’unica parola: rinuncia. Sì, perché quando sei costretto a lasciare il mare, il tuo mare, hai rinunciato. Anche se non avresti mai voluto.

Ti senti perso. Il respiro manca quando sali su una nave e all’orizzonte non vedi più i confini della tua Isola.

Durante il mio vagabondare, di strette di mano più o meno sincere ne ho incontrate tante, sguardi simili ai miei, davvero pochi. Forse è anche per questo che mi sono sempre sentita come un cavallo privato della propria libertà.

Storia di una partenza
Murales Giara Gesturi – Foto di Marina Atzori

Le opportunità non sono mancate altrove. Aspettative, torri di libri da studiare e da comprendere, troppo difficili per me.

Scrivere, per diventare qualcuno che non facesse passare inosservate le mie storie.

Questo era l’obiettivo.

Qualcuno che potesse raccontare la magia della sua terra, anche se da lontano.

Mi sono trovata spesso a un bivio. L’ambizione mi ha portato con sé e ne ho fatta di strada.

Chissà se un giorno ce l’avrei fatta? Così ho tentato l’impossibile, giocando le migliori carte che avevo, come avrebbe fatto il più zelante degli scommettitori.

Ho tirato i miei rigori in porta, anche quando ero consapevole di non avere mai prStoria di una partenzaeso a calci un pallone.

Sono cresciuta facendo a pugni con la mia esagerata sensibiltà, affrontando l’esuberanza e il buio di tante porte chiuse, ma anche la luce di una serie di porte aperte, altrove, dove tutto era più possibile ma non di certo più semplice. Ho imparato a inseguire, a fare fatica, a stare in equilibrio, dopo mille cadute, su più di una corda, con l’abilità di un funambolo. Questo succede, quando devi tirarti su le maniche e costruire qualcosa che sia veramente tuo. È solo continuando a guardare avanti che ho potuto accogliere le mie minuscole conquiste personali, quelle che tengo ben strette e coperte, al sicuro, per il timore che qualcuno o qualcosa possa sciuparle.Userò ali di carta pensando ai gabbiani. Volerò in alto fino a sfiorare le nuvole con le parole scritte sui miei libri. Osserverò le rocce accarezzate dal mare, ascolterò la voce di quel vento che come un padrone severo mi indicherà la giusta direzione. Soltanto sui libri potrò sentire di essere a casa, anche quando, a casa, non sarò e, continuerò a scrivere, mille e più storie.

Il segreto è non voltarsi a guardare indietro, mai.

A presto mia adorata Sardegna… la mia storia, la nostra storia un giorno la racconterò insieme a te. Aspettami, sto arrivando.

Storia di una partenza

 

Storia di una partenza * VERBA SPINOSA