Storia di una partenza

Storia di una partenza


Storia di una partenza: a presto mia adorata Sardegna

(Questa è la mia storia) #ciaksiscrive #carolettoretiscrivo

Storia di una partenza

Questa è la mia storia. Una storia che vorrei farvi leggere, perché solo così potrete capire il significato che ha avuto per me, questa partenza.

Già, funziona così! Si fanno i bagagli, senza pensare se basteranno tempo, ricordi e vestiti ripiegati in valigia a tamponare la paura di non farcela. Non è mai facile allontanarsi dalla propria terra, pur essendo in parte consapevoli del fatto di non avere alternative.

Quando non si ha la possibilità di scegliere cambia tutto. Non si possono fare progetti a lungo termine, non si può tirare la moneta o aspettare che arrivi la famosa manna dal cielo. Non si può rimandare, né dormirci sopra una notte.

No, non si può.

Io non ho potuto nenache contare fino a dieci. Come, dove e quando avrei messo le basi per il futuro, era un’incognita. Non c’è stato appiglio al quale aggrapparsi. Sono dovuta partire e basta. E se poi ne avessi fatto una malattia? Sarebbe stato poco importante.

Stavo bene dove stavo, perché mai avrei dovuto desiderare una vita migliore altrove? In fondo una ragazzina, non avrebbe potuto capire il peso di un viaggio del genere.

Mi sembra ieri.

Eppure, di acqua sotto i ponti ne è passata, e anche tanta, troppa…

Guardavo fuori, con gli occhi lucidi e le mani al caldo.

Giocavo per non pensare. In tasca avevo un paio di conchiglie e un tic tac alla menta uscito da una scatoletta rotta.

Non sapevo dopo quanto tempo sarei arrivata. Qualcosa però, mi diceva che non avrei più rivisto il mio gatto, che non avrei più tirato la sabbia a mezz’aria per capire da che parte tirava il vento. Non avrei più catturato con il mio retino piccoli pesciolini indifesi.

No, non avrei più potuto.

Adesso il pesciolino senza difesa alcuna, ero io.

Fuori dall’acqua non si stava bene. Mentre le rotaie mi portavano via dal luogo in cui avrei voluto sicuramente ritornare un giorno, piangevo.

Cercavo di farlo in silenzio, asciugando le lacrime sul bordo del cappuccio della mia felpa. Quel cappuccio in testa, da rapper mancata, da futura scrittrice nostalgica, nacondeva la paura e quel senso di protesta che mi portavo dietro, ovunque.

Sangue sardo scorre nelle mie vene, sangue cagliaritano e nuorese. Testardaggine e orgoglio a dismisura, questo ero e sono ancora!

La scuola, il futuro, le speranze, il lavoro, non contavano in quel momento. Contava solo la rabbia.

C’era tanta roba che mi ribolliva dentro, troppa, e affollava la mia mente confusa e spaesata. Attraverso i vetri sporchi di quel treno, che fagocitava chilometri di immagini sempre più impercettibili, come se nulla fosse, mi allontanavo, con gli occhi gonfi di lacrime segrete.

Scorrevano davanti ai miei occhi, quei campi di terra arsa dal sole, e poi loro, i mostri del vento, le pale eoliche, padrone indiscusse di ogni raffica di maestrale. Presto avrei sentito anche la mancanza di quei giganti di ferro e di quel vento che piegava gli alberi al suo volere.

Il mare era sempre più distante e così pure la mia terra, la Sardegna.

Quando ti allontani dalle tue radici, ti senti come un fiore di montagna strappato al suo terreno migliore. Ti servono neve, acqua e sorgenti fredde come il ghiaccio per risvegliare la voglia di andare avanti. Le persone, le case, le strade sono diverse quando non ti senti a casa. Il mio compito è stato quello di consegnarmi a ogni tentativo di riscatto personale, di provare a fare alcuni passi da sola, con un paio di scarpe completamente nuove che forse non avrei voluto indossare, ma che speravo avessero il potere di farmi scordare le orme del passato che mi hanno allontanata.

Sapete, anche il cielo è strano lontano da casa.

Persino le stelle, lontano da casa, brillano di meno. Dovete credermi.

Tuttavia io ci sono riuscita a staccarmi, o meglio mi sono abituata. Brutta cosa l’abitudine, lo so!

Ho fatto in modo che quell’azzurro un pò più opaco diventasse ugualmente la calamita dei miei desideri. Ma nonostante ciò, i paesini sperduti dell’entroterra mi mancano. Non sapete quanto vorrei rivederli, così selvaggi, eppure fortemente carichi di Storia e tradizione. Al pomeriggio fino alle quattro non c’era anima viva. Invece al mattino, sulle panchine, o vicino alle edicole qualcuno c’era sempre. Si sentivano il mormorio della gente, il profumo di caffè arrivare dai piccoli bar, si vedevano le donne anziane uscire dalla chiesa con su muccadori nieddu in conca (il foulard nero in testa in segno di lutto familiare) e il rosario stretto tra le mani. Giornali aperti e visi attenti, segnati dall’età, rapiti da una pagina fresca di sport o da una preghiera silenziosa. I volti erano quasi sempre coperti da un velo di inquietudine, quasi a voler nascondere e proteggere una solitudine cercata e voluta fortemente. Quegli sguardi, quei mucchietti di persone, mi appartengono ancora oggi e sempre mi apparterranno. Li sento dentro di me, occupano ogni angolo della mia storia, così come sento mia l’illusione di poterci ritornare in quelle piccole piazze dove niente diventava tutto quanto. Poi c’erano anche i paesaggi incontaminati, i fiori rari, il gregge libero di riposare sotto le ombre refrigeranti delle querce. Orchidee, fiordalisi, distese di sabbia bianca identica a minuscoli chicchi di riso, fenicotteri rosa e cormorani che sfrecciavano tra le nuvole. Tutto questo ben di Dio si è incastonato perfettamente dentro i miei ricordi come una serie di pietre preziose a un anello dal valore inestimabile.

Già! C’era tutto nella mia Sardegna. Tutto, tranne la possibilità di restare.

Spesso provo a immaginarmela per sentirmi meno sola, meno assuefatta da quell’abitudine che oramai è diventata per me un vero e proprio scudo, una bestia dormiente pronta a divorare il passato e a ridurlo in mille pezzi.

Vorrei riassumere tutto in un’unica parola: rinuncia. Sì, perché quando sei costretto a lasciare il mare, il tuo mare, hai rinunciato. Anche se non avresti mai voluto.

Ti senti perso. Il respiro manca quando sali su una nave e all’orizzonte non vedi più i confini della tua Isola, tanto solitaria, quanto misteriosa, da far venire i brividi al solo pensiero.

Durante il mio vagabondare, di strette di mano più o meno sincere ne ho incontrate tante, sguardi simili ai miei, davvero pochi. Forse è anche per questo che mi sono sempre sentita come un pesciolino fuori dall’acqua e come un cavallo privato della sua libertà.

Storia di una partenza

Murales Giara Gesturi – Foto di Marina Atzori

Sono stata circondata da opportunità, da aspettative, da torri di libri da studiare e da comprendere troppo difficili per me.

Scrivere, per diventare qualcuno che non passasse inosservato.

Questo era l’obiettivo.

Ma non qualcuno di importante che guardasse gli altri dall’alto al basso con supponenza.

Qualcuno che potesse raccontare la magia della sua terra.

Io che mi sono sempre sentita una goccia di vernice finita nel secchiello sbagliato, volevo diventare il colore preponderante di una serie di pennellate verde speranza. Ambiziosa vero?

Mi sono trovata spesso a un bivio, dinnanzi a un mazzo di carte. Ed è stata proprio l’ambizione a trascinarmi con sè.

Chissà se un giorno avrei pescato la carta giusta? Così ho tentato l’impossibile, giocando le migliori che avevo, come avrebbe fatto il più zelante degli scommettitori. Ho tirato i miei rigori in porta, anche quando ero consapevole di non avere mai preso a calci un pallone. Sono cresciuta facendo a pugni con la mia esagerata sensibiltà, affrontando la nostalgia e il buio di tante porte chiuse, ma anche la luce di una serie di porte aperte, proprio qui, al Nord dove tutto poteva essere più possibile ma non di certo più semplice. Qui ho imparato a inseguire, a fare fatica, a stare in equilibrio, dopo mille cadute, su più di una corda, con l’abilità di un funambolo. Questo succede quando devi tirarti su le maniche e costruire qualcosa che sia veramente tuo. È solo continuando a guardare avanti che ho potuto accogliere le mie minuscole conquiste personali, quelle che tengo ben strette e coperte, al sicuro, per il timore che qualcuno o qualcosa possa sciuparle.

Storia di una partenzaAdesso scrivo. Scrivo della Sardegna e dell’Asinara, di una Tartaruga che ci protegge, che protegge me, miei desideri e anche i vostri…

Come un gabbiano userò le ali, volerò in alto fino a sfiorare le nuvole attraverso le parole scritte sui miei libri. Osserverò le rocce accarezzate dal mare, ascolterò la voce di quel vento, che come un padrone severo, mi indicherà la giusta direzione. Soltanto sui libri potrò sentire di essere a casa, anche quando, a casa, non sarò e, continuerò a scrivere, mille e più storie di Sardegna.

“Il segreto è quello di non voltarsi a guardare indietro, mai.

Scrivendo, oggi ho imparato a volare e non me ne voglio più dimenticare… “

A presto mia adorata Sardegna… la mia storia, la nostra storia un giorno la racconterò insieme a te. Aspettami, sto arrivando.

Storia di una partenza

…a presto mia adorata Sardegna.