sotto la terra al buio e in silenzio

Sotto la terra al buio e in silenzio


SOTTO LA TERRA AL BUIO E IN SILENZIO

Storia di un giovane minatore sardo

Sotto terra al buio e in silenzio. Un’altra galleria l’ennesima, lunga e profonda. Si è scavato ieri e si scaverà anche domani, sotto terra, al buio e in silenzio. Gocce d’acqua stillano e rimbombano nel deserto di quella cava. Minerali e ancora minerali, carbone, zinco, piombo. Pericolo, morte e disperazione, questo era la miniera.

Nonostante la storia che mi accingo a scrivere possa incutere un po’ di timore e appartenga a un remoto passato, vorrei raccontarvela ugualmente. Sapete perché? Per non dimenticare.

Sotto la terra al buio e in silenzio

Antonio era un minatore iglesiente che scavava alacremente da mattina a sera, nel territorio del Sulcitano. Faceva il suo lavoro, a testa bassa, sotto terra, al buio e soprattutto in silenzio. La sua inquietudine si distingueva da quella degli altri, penetrava tra le rocce calcaree, si infilava tra gli spiragli, come un filo nella cruna di un ago. Quel filo era infinito, partiva dal cuore, regnava nell’odore della terra, scorreva nei rigagnoli delle laverie. Un silenzio scuro che sembrava sepolto vivo. Un grido che si annidava negli angoli più remoti di quei labirinti. Anche se debole e fioca, quella voce, si faceva sentire. Quel suono muto e flebile in verità era pieno di sussurri stentati, di preghiere recitate nel tentativo di ricamare attraverso i pensieri, la speranza di rivedere una luce. Mari e monti al confine, catene e scogliere si intrecciavano come miraggi dentro quei buchi neri. Fuori era un altro mondo, un pianeta sconosciuto e lui, là in fondo, dove nessuno poteva sentirlo e vederlo, fingeva. Scavava e immaginava di non temere l’oscurità. Antonio sudava, silente e sottomesso, non ci voleva pensare al presente, lui avrebbe voluto soltanto trovare una via di scampo per uscire da quell’incubo.

Sopra la terra c’era la luce, ma lui non ci faceva più caso. Forse per la paura di abituarsi troppo in fretta al colore del sole. Le rocce sotto comandavano, appuntite e maestose, si sgretolavano nascondendo le minuscole pietre preziose che facevano tanto gola ai padroni. Quei potenti traghettatori di anime che insegnavano a camminare nelle tenebre senza mai perdere l’equilibrio, rubando la linfa vitale e il senso del tempo all’umanità. La realtà faceva male a chi voleva conoscerla e sfidarla. Qualcuno invece non ne era consapevole fino in fondo eppure, negli inferi, travestiti da chimere, la gente moriva.

Antonio continuava a scavare nonostante tutto. Lo faceva per un’unica ragione: diventare padre e avere una famiglia.

Quando era spenta la torcia, Antonio avvertiva l’umidità sulla pelle e la sola voce dell’acqua. Non poteva vedere, ma, goccia dopo goccia, sentiva tutto addosso. Un insieme impuro che galleggiava fino a percorrere le braccia ormai fragili e stanche, piegate come spighe di grano. Tutto quello che nessuno avrebbe mai voluto sentire era lì, sul suo corpo, in quella prigione, sotto quella terra. Quando era accesa, invece, la piccola luce sul caschetto, diventava bussola e fata che gli indicavano la strada maestra. A volte riusciva, grazie ad essa, a intravedere un timido fascio bianco che pareva accompagnarlo verso l’esterno.

Una volta al mese tornava a casa. Trascorrevano ore prima di riuscire a controllare il respiro. I colpi di tosse gli impedivano di ascoltare battiti regolari nel loro lento divenire. Spesso era assente, taciturno. Le sue riflessioni erano vittima di una pace effimera. Pensava a quanto era duro quel lavoro, a quanta vita gli restasse, a quanto tempo avrebbe avuto a disposizione. La legge del dolore, in miniera, non era uguale per tutti, non perdonava e non faceva distinzioni. Bisognava pensarci alla morte, perchè in quelle grotte scure ci si ammalava senza rimedio e ci si spegneva come una candela abbandonata agli sporadici refoli di un’aria viziata. Si moriva senza avere possibilità di scelta, capitava di perdere la vita anche in giovane età. In qualche modo però, Antonio si sentiva invincibile, con la sua testardaggine, pensava di farcela a sopportare. Si sentiva a disagio sopra, dove il giorno raccontava altro: una storia in cui non sarebbe più stato schiavo del buio. Alba e tramonti, rugiada e Maestrale: tutto questo era la libertà che gli era stata negata! All’aperto comandava lui, il re dei venti, dando schiaffi sul viso, freddi e potenti, modellando le dune e le onde del mare come fosse un pittore, con pennello e tavolozza, in preda all’istinto di creare.

Per un giorno soltanto Antonio prese la decisione di evadere da quelle prigioni sotterranee.

sotto la terra al buio e in silenzio

Se ne andò. Seguì il richiamo di quel vento padrone, come un suddito avrebbe seguito il suo sovrano. Sulla pelle, ancora imbrattata di fuliggine c’era il desiderio di andare lontano, dove quella notte artificiale non sarebbe mai riuscita a scovarlo.

“Sotto la terra togli, sopra la terra metti”. Quelle erano le parole che gli affollavano la mente. Lui avrebbe voluto dimenticarsele, ma non ci riusciva. Era troppo vera e assoluta quella cantilena, inspiegabile come un dogma.

Scese il silenzio, anche i grilli e le cicale smorzarono i loro canti all’unisono. I pensieri si dispersero nell’aria, pulita e candida come un lenzuolo. Antonio poté godere di uno spettacolo mai visto prima, quello della natura. Il sole si nascose all’orizzonte, mentre alcuni cormorani disegnarono in volo la fine di quel giorno. La sabbia era fredda sotto i piedi scalzi, le mani calde, dietro la nuca a sorreggere una testa piena di vita e di desideri che non si sarebbero mai avverati.

Ad Antonio piaceva l’arancio velato del sole, tagliato perfettamente a metà da una nuvola passeggera. I raggi oramai timidi e sbiaditi erano carezze rassicuranti. Ubriaco di sensazioni inaspettate, mai provate prima, sognava di amare una donna. Su quel tappeto di minuscoli granelli che gli solleticavano una parte scoperta della schiena, desiderava labbra da sfiorare e un fiato corto smorzato dal piacere di due respiri che si incontravano per la prima volta.

I sogni volarono e sbandarono, come fanno gli aquiloni, brillarono come stelle nei suoi occhi scuri, increduli e anche un po’ lucidi, quasi commossi da tanto sapore di libertà. L’amore e un viso dolce da sfiorare, una ragione per tornare a casa, questo gli era sempre mancato. Era assetato di emozioni e sentimenti, ma anche di protezione e di coraggio.

Voleva sentire qualcosa di buono in bocca, gusti nuovi che non sapessero di zolfo, ma di ciliegie appena raccolte e di caffè sorseggiato con calma. Non voleva rientrare nei cunicoli stretti e umidi. L’ombra allungata del suo corpo gli metteva i brividi. Quanto tempo sarebbe passato prima di rivedere la sua sagoma riflessa al chiaro di una luna così bella? Forse troppo…

Era giunta l’ora di scordare i ginepri, il profumo di rosmarino e il sogno di un amore vero, che scaldasse e abbracciasse la sua anima sola e indifesa.

La luna si era vestita d’argento nascondendo i segreti più sinceri di un uomo che non voleva tornare indietro.

Domani sarebbe dovuto tornare, dentro le grotte, sottoterra, al buio e in silenzio.