Kafka sulla spiaggia

“Kafka sulla spiaggia”: il destino dell’uomo è nelle mani del vento

Kafka sulla spiaggia: se potessi vi darei non uno, ma mille motivi per invitarvi a questa lettura. Tuttavia non voglio dilungarmi troppo, perciò mi limiterò a esporvi quelli che ritengo siano i più importanti. Consigliare un libro di Murakami è una gran bella sfida. Mica per altro. Spiegare ʻcerte sensazioni᾽ che (probabilmente) nemmeno si possono spiegare a parole, non è semplice per niente, Però, sapete che c’è? Che amo le sfide e che voglio provarci lo stesso. Follow me, perché seminerò tante di quelle briciole in questo post, che neanche Pollicino. In questo modo, se mai dovessi perdermi, potrete giungere in mio soccorso in qualsiasi momento.

Chi mi segue lo sa, non sono per gli slogan però, se proprio dovessi trovarne uno per “Kafka sulla spiaggia” sarebbe questo: leggetelo e non ve ne pentirete, neanche in un’altra vita.

Basterebbe già, ma non è nelle mie corde liquidare un libro di cinquecento e fischia pagine in questo modo. Cos’altro aggiungere, quindi, prima di partire a bomba e assegnare, sul finale del post, il consueto punteggio fiore a questa recensione? Che la lettura, per me, ha ogni volta un significato diverso, più articolato e riflessivo. Mi piace descrivere le emozioni che ho provato, fare personali considerazioni su pregi e difetti di una storia. Leggere mi permette di entrare in una dimensione parallela e ʻviverla᾽, cercando di assorbire come una spugna, ambientazione, profumi, colori, stile e punti di vista. Poi, una volta uscita da quello che io chiamo “mondo di carta”, non vedo l’ora di raccontare e condividere le impressioni, nel bene e nel male, di quel mondo, un po’ magico. E Murakami, potete credermi, cari lettori di Verba Spinosa, grazie al suo innegabile talento mi ha lasciato tanta roba, così tanta da dovermi soffermare per qualche giorno a riflettere su un po’ di ʻcose᾽ da scrivere.

Stop ai ghirigori, vediamo come è andata nei dettagli.

“Kafka sulla spiaggia” non è una storia da definirsi bella e basta

Un’opinione superficiale e sbrigativa, nonostante sia positiva, non gli renderebbe giustizia. Perciò ho preferito approfondire, anziché gli intrecci della trama, i messaggi in essa contenuti. Mi permetto di darvi un consiglio su come approcciarvi a “Kafka sulla spiaggia”. Mettetevi comodi e non abbiate fretta, perché questa storia va assaporata cogliendo anche la più piccola delle sfumature. Per capirci: immaginatevi un film, impegnativo quel tanto che basta, tipo, non so… “Balla coi lupi” o “Avatar”, giusto un paio di esempi in modo che possiate farvi un’idea. “Kafka sulla spiaggia” non è un romanzo breve, tutt’altro. E, sorpresa delle sorprese, una volta tanto, il fatto che abbia un numero periodico misto di pagine non è da considerarsi un difetto e nemmeno un mattone indigeribile.

Preparatevi quindi e non scoraggiatevi, perché vale davvero la pena di trascorrere le vostre giornate immersi in questa lettura. “Kafka sulla spiaggia” si legge con piacere perché scritto con un linguaggio che è adatto e comprensibile a chiunque. Bastano (davvero!) le prime righe per innamorarsene e per lasciarsi prendere dalla curiosità da 1 a 10100.

Un’altra cosa da fare, forse la migiore, per sentirsi coinvolti appieno in un romanzo come questo, è mettersi davanti a uno specchio e domandarsi quali ragioni possano spingere un ragazzino come Tamura (il protagonista) a scappare il più lontano possibile da una realtà in cui si sente soffocare. Avvicinarsi al personaggio di Tamura (ideato perfettamente, nei minimi particolari) è un passo assolutamente necessario. Vedrete: ciò avverrà spontaneamente. Non stupitevi se per qualche attimo vi sfiorerà il pensiero di provare gli stessi sentimenti, i medesimi dubbi che l’hanno attanagliato e portato a raccogliere i suoi quattro stracci, un telefono e pochi spicci in uno zainetto senza mai voltarsi o pentirsi. Tamura sale su un pullman e via… di lì in avanti sono tutti cavoli suoi e di chi avrà a che fare con lui.

In fondo, l’uomo è un Tamura  in divenire

L’essere umano è spesso costretto a fare i conti con le gabbie etiche e morali imposte dalla società e dalla vita familiare. Egli deve prendersi carico di numerose responsabilità per evitare di rimanerne schiacciato. Questo per spiegarvi che, i motivi di una vostra eventuale fuga dalla realtà potrebbero essere, non gli stessi identici di Tamura, ma quasi. Potreste fare l’esperimento di allontanarvi per capire, come ha fatto lui, Tamura, e prendervi del tempo, lontano da tutto e da tutti. Quante volte ci avrete pensato? Adesso basta, mollo tutto, cambio vita e chi si è visto si è visto! Quante volte avreste voluto lasciare un biglietto con scritto: “NON CERCATEMI”. fatemi indovinare? Tante, La domanda che mi sono posta io, più volte, capitolo dopo capitolo, è stata proprio questa: se mi trovassi nei panni di di questo brave Heart in versione boy, che cosa farei? Scapperei oppure no? La risposta è stata… vi piacerebbe saperlo. *Non ve lo dico, In ogni caso, Arriva per tutti tutti (credo) un momento della vita in cui si sente il bisogno di respirare aria nuova, di prendere una boccata d’ossigeno puro. (*A buon intenditor poche parole).

Kafka: una scelta per nulla casuale

Tamura Kafka, questo è il cognome scelto dal ragazzo protagonista del racconto per camuffare la sua vera identità durante La Fuga, senza ombra di dubbio, assai avventurosa. Kafka, non a caso, è l’emblema di una personalità che ‘annaffia’ in un certo senso le radici di un cambiamento dentro. Kafka di per sé dice tutto o quasi, perché riconduce in modo esplicito all’opera “La metamorfosi” di Franz Kafka. Infatti, Tamura, non è un uomo, ma poco ci manca. È a un passo dal diventarlo, anche se è un quindicenne irrequieto, determinato a staccarsi dal vortice di una crisi adolescenziale pulsante. Tuttavia, la tenacia non gli fa difetto. Egli ha il culto del fisico, fa le sue prime scoperte della sfera sessuale e impara a trattenere le lacrime nelle situazioni più critiche. La sua è un’evoluzione intima ed emotiva che non può lasciare indifferenti neppure le statue. A fare la differenza nel romanzo è proprio l’età del protagonista. A quindici anni arriva puntuale, come un orologio svizzero, il senso di ribellione, la voglia di fare tutto il contrario di ciò che sarebbe giusto fare. Tamura è così. Ride di fronte al pericolo, un po’ come Simba del Re Leone quando si ficca nei guai più neri con le iene al famoso cimitero degli elefanti, dopo che il padre gli aveva detto di starci alla larga. Steven Seagal gli fa un baffo, tanto per intenderci. Tornando seria, nel caso di Tamura, l’obiettivo è rifarsi una vita altrove, nel tentativo di lasciarsi alle spalle i ricordi e un padre soprattutto assente, ingombrante, pesante come un macigno. Quest’assenza o, per meglio dire presenza, è un’impronta, un piede sul cuore di Tamura che rende tutta la storia ancora più affascinante e avvincente. In fondo, quando si va in cerca di una libertà negata, le motivazioni devono essere forti almeno quanto quelle del giovane Tamura. Altrimenti non meriterebbe il rischio. Rompere gli anelli di una catena di demoni interiori e, scacciare il senso di abbandono che il ragazzo si sente cucito addosso, ormai, come una seconda pelle, una nuova anima più imperante e possente della prima, diventa la sua missione. Parlo di missione perché in mezzo ci sono guerre e soldati e cenni storici che rendono ancora più completo il romanzo.

Tamura Kafka brucia le tappe nel suo viaggio ed è pronto a tutto pur di riscrivere e andare incontro a un futuro diverso, migliore di quello cui sembra essere predestinato.

Ad attenderlo ci sono numerosi ostacoli che lo aiuteranno a comprendere quanto sia difficile camminare con le proprie gambe, proteggersi con i mezzi che si hanno a disposizione (ben pochi), senza l’appoggio di nessuno, o quasi. Il giovane impavido è anche dominato dalla speranza di farcela. A volte la paura lo coglie impreparato fino a impietrirlo. Altre volte Tamura si rassegna e si sente terribilmente solo, ma un attimo dopo, timore e solitudine sembrano cedere il testimone al coraggio. L’insicurezza che lo pervade sembra riavvolgersi su se stessa magicamente, come un nastro che, poco alla volta, lo conduce prima avanti e poi indietro nel tempo, attraverso gli spazi e i buchi neri lasciati dai vuoti affettivi. La nostalgia di casa c’è, ma è impercettibile ed è colmata dai libri che si rivelano alleati fedeli e ancore di salvezza nei momenti più difficili.

Kafka sulla spiaggia

Tamura Kafka trova nella lettura un conforto, un guscio e uno scudo che lo proteggeranno lungo tutto il tortuoso percorso, alla ricerca di un luogo sicuro in cui stare.

Il suo vero nido diventa una *biblioteca in cui si nascondono non solo segreti a lui molto vicini ma anche il desiderio di diventare un quindicenne consapevole delle sue scelte. L’ignoto bussa alla porta del suo inconscio, lo fa nei sogni più turbolenti. Mentre nella realtà non mancano i colpi di scena, gli incontri, specialmente quello con Hoshino, il ragazzo che lavora alla *biblioteca di Takamatsu. Hoshino è una presenza costante nel romanzo. Questa figura è molto carismatica e affiancherà Tamura quando si troverà a prendere decisioni parecchio scomode. La molteplicità dei contenuti, di cui il libro è intriso, dà vita a una storia ricca e profonda, di alta, anzi altissima qualità narrativa. Ogni paragrafo aggiunge una tesserina del puzzle. Le incognite esistenziali di Tamura chiedono a gran voce di essere risolte. Ogni personaggio fa emergere, insieme alle pieghe più nascoste, alcune caratteristiche umane differenti. Per esempio l’amore per la musica classica e per la Poesia, gusti culinari e culturali. Ogni cosa, in “Kafka sulla spiaggia” è dove deve essere: al suo posto. Nessuna sbavatura, piuttosto una miriade di chiavi di lettura sono messe a disposizione del lettore. E, a proposito di lettore, egli è chiamato a interpretare, a partecipare alle singole esperienze, a immaginare come si vive in Giappone, a riflettere sullo stile di vita dei suoi abitanti, a sorridere e, sicuramente a commuoversi. La filosofia e il romanticismo riferiti ai sentimenti fanno di Murakami uno degli scrittori contemporanei che più mi ha appassionato negli ultimi tempi.

I personaggi di “Kafka sulla spiaggia”

La storia del giovane Tamura mi ha rapita e sono sicura che accadrà lo stesso con voi, perché questo romanzo non è una storia di rivalsa come tante altre dove: tutto è bene quel che finisce bene. L’aspirazione di Tamura è talmente forte da materializzarsi nelle atmosfere più rare e incantevoli, ma anche le più cupe, che possano venirvi in mente. Dal giorno alla notte, dalla luce al buio, il viaggio di Tamura può essere stravolto dagli eventi. Il ragazzo si misura con la precarietà, si sente perso in luoghi austeri e sconosciuti, ma non si dà per vinto. Egli prova a esplorare ogni angolo di se stesso, nonostante tutto. Si evince da subito un concetto di cui non ho ancora parlato: non è una bravata la sua. Il suo mantra è: indietro non si torna finché non si arriva alla verità, finché la paura sarà solo una proiezione della psiche. Quella di Tamura è un’esigenza che nasce e si nutre come un germoglio, come un fiore nel deserto provato dalla sete e dalle tempeste di sabbia. La sua è una sorta di evasione, da una prigione metaforica, che gli cambierà la vita, forse, per sempre. “Kafka sulla spiaggia” può essere La Meta, l’approdo, la storia di una direzione da seguire cui tutti ambiscono, è il racconto di una metamorfosi dentro la metamorfosi, di una continua trasformazione, consapevole e inconsapevole allo stesso tempo.

In “Kafka sulla spiaggia” Si passa dalla materia allo spirito. Dalla consistenza all’inconsistenza. Dal caos all’ordine.

I ricordi si mescolano ai sogni come acqua di una sorgente che subisce l’aspetto imprevedibile del tempo. Il passato s’insinua come un fantasma che entra ed esce dal corpo del giovane Tamura. I sogni sembrano diventare tetti poco rassicuranti, campi di battaglia nei quali si lotta e ci si lascia vincere dalle emozioni più complicate da accogliere. Isolamento e rabbia nei confronti della morte metteranno Tamura a dura prova.

Lo stile di Murakami

La scrittura dell’autore giapponese può essere paragonata al moto ondoso di un mare silenzioso e nel frattempo burrascoso, a tratti irruento, in cui il vento assume un ruolo decisivo. Un vento che scompiglia i pensieri, sposta le nuvole, secondo gli stati d’animo dei suoi protagonisti e soprattutto di Tamura che è in perenne guerra con se stesso. Vittorie e sconfitte avvengono in mezzo a scenari efficaci. Prima la stanza dell’hotel in cui alloggia, la biblioteca, poi una foresta insidiosa e alienante. Ogni pensiero di Tamura fa eco nel buio di un bosco nero e fitto che fa da cornice alla storia e ai suoi sogni premonitori.

I nemici acerrimi sono i rumori amplificati, lontani e vicini, come il battito impazzito del cuore che imperversa nel petto, come il battito d’ali del ragazzo chiamato Corvo, figura saggia e misteriosa che veglia su Tamura Kafka e che fa la sua comparsa in alcuni passaggi salienti della storia.

Kafka sulla spiaggiaNel romanzo si coglie il sogno come un universo interiore parallelo, come una seconda possibilità o risoluzione, come una percezione che lascia tracce indelebili nella vita del giovane Tamura e di tutti gli altri. Ne è un esempio Nakata, un vecchio errante che fa l’autostop, che dorme per giorni interi, senza sosta, e che parla con i gatti comprendendone il linguaggio. Nakata è un personaggio strambo e riuscito, cui ci si affeziona sin dalle prime battute. L’anziano pare riesca a integrarsi nel quartiere in cui abita perché va alla ricerca di alcuni gatti che scompaiono misteriosamente. Egli detiene inaspettatamente la chiave di molte risposte e soluzioni legate all’enigma di un grosso sasso che si chiama pietra dell’entrata. Il suo compagno di viaggio più fedele è Hoshino, un camionista insoddisfatto e donnaiolo che decide di accompagnare Nakata verso mete all’apparenza illogìche, assecondandone ogni bizzarria e desiderio. Hoshino durante i vari tragitti indicati dal vecchio, mette da parte inconsciamente i doveri quotidiani, dimentica il camion e persino l’azienda di trasporti per cui fa l’autista, imparando così a vivere alla giornata, tra ristoranti e alberghi sempre diversi. Questo accade proprio grazie alla follia e alla capacità innata di Nakata di staccarsi dal resto del mondo. Il vecchio assorbe completamente Hoshino come fosse una sorta di Pifferaio Magico, con i suoi sproloqui e i suoi ragionamenti, a dir poco, contorti.

La signora Saeki e Tamura Kafka

Poi c’è la Signora Saeki, figura candida, dolce e silenziosa. La donna è la padrona della biblioteca di Takamatsu. Saeki custodisce gelosamente un quadro speciale di cui Tamura scoprirà, indagando poco alla volta, origini e valore. Il lettore affronta una serie di viaggi introspettivi, non solo nei meandri dell’istinto di Tamura che, senza scudo, fa calare tutte le sue difese e le sue fragilità. Ogni frammento di conflitto interiore, tra la sua coscienza ancora acerba e per assurdo matura, al punto da sembrare quella di un adulto, è rappresentato attraverso allegorie e metafore che inducono alla riflessione.

Attorno a ciascuna figura presente nel romanzo ruotano gli ingranaggi di tutto il filo narrativo, vale a dire: risolvere, aprire e chiudere alcune porte dell’esistenza. Ma non è tutto. L’andare alla ricerca di se stessi, inseguendo qualcosa che è rimasto in sospeso troppo a lungo, è la rivelazione di questo straordinario libro. Oggetti e luoghi, peraltro, sono tratteggiati magistralmente da Murakami. Essi si sposano perfettamente con i ritratti psicologici dei personaggi.

Un altro aspetto interessante di “Kafka sulla spiaggia” è il modo in cui l’autore scava nei caratteri delle figure di secondo piano, esaltandone debolezze e potenzialità.

I difetti, i vizi, le stranezze rendono tutto l’insieme credibile e godibile. Più di ogni altro aspetto, l’introspezione è la vera regina di questa incredibile storia semi fantastica. Sì, perché non è tutto vero in “Kafka sulla spiaggia”. Infatti, il lettore è invitato a subentrare, attraverso la fantasia, in una sfera verosimile onirico/spirituale, con qualche accenno di noir per gli amanti del genere.

“Kafka sulla spiaggia” e la natura

La natura in questo romanzo è vista come una Via Maestra, un sentiero impervio dei tanti in cui s’imbattono i personaggi della storia, un simbolo, un labirinto, una strada per arrivare a riconoscere errori e rimorsi, per sentirli, in fine, sprofondare negli angoli più remoti dell’anima.

E poi c’è il tempo. Il tempo passa, difficile rendersene conto quando se ne perde il senso. Quando il viaggio è più importante delle ore e dei minuti, il tempo conta relativamnete.

È presto, forse, per diventare grandi e iniziare a volare con ali robuste, ma non è mai troppo tardi, invece, per ricominciare da dove si è partiti. Per Tamura, vivere il presente è come scrollarsi di dosso il peso di un senso d’inadeguatezza, anche se l’impresa richiede sofferenza e scontri duri con una coscienza ancora in erba che lo trattiene. Il destino però, è più prepotente della fine di tutto. Esso, nella storia, si traveste da inizio, da speranza, da incipit di una nuova storia e riserva a Tamura più di una sorpresa.

“Kafka sulla spiaggia” è un racconto in cui mi sono sentita completamente coinvolta.

Murakami scrive e cattura senza riserve. È un attimo che sei nel libro e fai fatica a fermarti. A un certo punto vorresti sapere come va a finire, ma allo stesso tempo non vorresti che finisse mai.

Anzi, volete sapere una cosa? Lo rileggerei da capo.

Intanto, con un po’ di nostalgia, vi lascio a uno dei tanti passaggi espressivi del libro…

Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarlo cambi l’andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infinite volte, come una danza sinistra col dio della morte prima dell’alba. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. È qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l’unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, e chiudendo forte gli occhi per non fare entrare la sabbia. Attraversarlo, un passo dopo l’altro. Non troverai né sole né luna, nessuna direzione, e forse nemmeno il tempo. Soltanto una sabbia bianca, finissima, come fosse fatta di ossa polverizzate, che danza in alto nel cielo. Devi immaginare questa tempesta di sabbia.

Buona lettura! Dimenticavo… ecco il punteggio fiore per “Kafka sulla spiaggia” di Haruki Murakami.

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“Kafka sulla spiaggia”: il destino dell'uomo è nelle mani del vento * VERBA SPINOSA