Incipit di Ladybug Storia di una ghostwriter

Incipit

 Ladybug

Storia di una ghostwriter

di Marina Atzori

 

1.Lettera a un pubblico cieco

 

 

Roma, marzo 2010

Mille profumi della macchia mediterranea, Maestrale, olivi, deserti, erte colline e il mare.

La Sardegna però non è stata solo questo per me.

C’è stato dell’altro.

Mille profumi della macchia mediterranea, Maestrale, olivi, deserti, erte colline e il mare.

La Sardegna però non è stata solo questo per me.

C’è stato dell’altro.

Ci sono stati ostilità, baionette, fantasmi del passato, lacrime trattenute e rondinelle che hanno imparato a volare prima che i tempi fossero maturi.

Ho descritto almeno un milione di volte la mia Terra, ma ho sempre scordato qualcosa.

Piccoli dettagli trascurati di proposito che l’hanno resa ancora più unica.

Ferite profonde che l’hanno distanziata a mille miglia da me.

Sono mancati particolari intimi, solo miei e di nessun altro.

Non ho mai voluto rivelarli per proteggere me stessa e i miei pensieri.

È stato un qualcosa che è arrivato come un pugno, dritto nello stomaco, un lato oscuro e impenetrabile che ha giocato a nascondino tra le pieghe della mente per il troppo dolore provocato.

Un unico colore: il verde severo dell’Ogliastra e infinite immagini, si sono sovrapposte nei miei scritti più acerbi.

Il pensiero del Gennargentu, in contrasto con il rosa elegante dei fenicotteri della laguna di San Teodoro, il gregge tra i ginepri, il bosco, l’agricoltura grezza dei contadini, i luoghi sperduti e perduti della Barbagia, legati a leggende che, in pochi conoscono e sono in grado di raccontare.

È stato in quella natura selvaggia e nelle zone interne che si è annidato il tarlo della diffidenza. Il timo serpillo, i gatti randagi lasciati ai margini dei litorali e, l’inevitabile desiderio di stare sola, hanno parlato di libertà al posto mio in più di un’occasione.

È stato un dialogo silenzioso tra il cuore delle montagne e il chiaro di luna; tra un mare quieto e tumultuoso, che ospitava tutti e tutto, anche i briganti solitari ossessionati dalla vendetta; un mare che riconsegnava alle rive, conchiglie, e piccole tartarughe che da adulte sarebbero ritornate, esattamente negli stessi luoghi in cui le uova si erano dischiuse.

Già… le tartarughe ritornano.

Ritornano sempre, dove si sono sentite protette.

Ma io, tartaruga non sono, purtroppo.

Mi è stato detto che non sarei potuta tornare, che sarei dovuta scappare, lontano, più lontano che potevo.

Non ci sono riuscita.

Sono rimasta. Almeno con il cuore, almeno con gli occhi e con i libri.

La mia Isola è stata una catena di monti che ha inglobato i più terribili dei segreti e ha nascosto, nel contempo, teste chine e ubbidienti, piegate al volere di altri, perché mancava il necessario per vivere.

In mezzo alle bacche e alle spine degli agrifogli c’è stato un fuoco domato da una ribellione messa a tacere.

Nel verde Ogliastrino ci sono state le fiamme dell’Inferno, la magia no, non c’è stata più.

Ma chi può dirlo dove fosse andato a spegnersi l’incantesimo?

Forse in una caverna preistorica trasformata in una reggia per l’occasione.

Ma Dio solo lo sa!

Sempre caverna è stata, e per gli incantesimi, no, non era proprio il momento.

Sul Gennargentu gli incantesimi potevano trasformarsi ben presto in sortilegi e atroce malinconia.

Durante quel groviglio di paura, in cui ho provato odio, un odio intraducibile su un pezzo di carta, ho capito. Ho capito come si poteva rispettare tanto, anche chi, mi aveva ferita a morte pur senza coltelli.

Se fossero stati coltelli veri… invece era rabbia, rabbia che uccide, rabbia che divora.

Un rancore tale da sconvolgere i miei sentimenti per quello che pensavo fosse un angolo di Paradiso. In quei luoghi austeri i miei sensi sono diventati acuti come quelli di un felino. Ho riconosciuto i suoni più lievi e appena accennati, ho saputo fare miei ogni alba e ogni tramonto.

Ma il sole dovʼera, per Dio!

Ho tanto desiderato di essere un astuto rapace, e di prevedere, le mosse false dei miei nemici, alla sommità della quercia più alta.

Ma è stato lì, dove le ghiandaie imitavano dolci melodie, e i falchi puntavano lepri indifese, che ho sentito l’eco di quelle profezie impadronirsi di pochi spiragli di luce.

Nei campi riarsi e brulli, sono sprofondate per sempre le mie radici.

Questa testimonianza è maturata nel tempo. Un tempo detestato con tutte le mie forze e di cui, a un certo punto, non ho più potuto tenere conto.

E allora ho scritto, senza sapere che ora fosse, senza sapere se fosse estate o inverno. Ma io freddo ne ho avuto lo stesso e ho tremato. Ho tremato come solo una foglia sa fare.

Credetemi.

Il tempo ha avvolto i ricordi in un canovaccio di pensieri, anche quelli di cui non avrei mai più voluto proferire verbo. Perciò li ho scritti, senza fare troppo rumore, in questa lettera, fingendo, per una volta, di non sentirmi osservata.

Ho scritto credendo di essere piccola e capace di nascondermi sotto una lente flebile e trasparente, tra una pagina abbassata su un’altra, in mezzo a poche righe buttate giù di getto.

No, non sono stata abbastanza forte per riuscire a sparire del tutto, non qui, non adesso.

***

Quel pomeriggio le lancette dell’orologio della cucina segnavano le quattro passate da una manciata di minuti.

Eppure sembrava così presto. Il sole era nel pieno del suo girotondo. I tetti, i terrazzi, i gerani rossi, bianchi e lilla, i giardini delle case, le gazze, godevano di fili dorati che raggiungevano dalle finestre gli sguardi più spenti.

***

Come passa veloce il tempo quando scrivi. Vorresti dire tante cose, ma non riesci mai a dirle tutte. Vorresti cogliere ogni sfumatura, ogni truciolo ogni crespo. È come se si oltrepassasse una linea immaginaria, come indossare un abito di scena da fantasma. Attraverso le parole come attraverso le porte, attraverso i quadri come attraverso i passaggi segreti. I sentimenti vivono ammucchiati tra un libro e l’altro, condividono l’anima delle storie e lo spirito dei personaggi stretti nella polvere che li custodisce gelosamente tra i suoi strati.

I libri hanno voce e sguardi attenti verso il mondo, sapete?

I libri sono in grado di raccontarvi le storie più belle che abbiate mai letto.

«Vieni con me, ti porto nel Verde, dove hai sofferto, ma non temere.

Tutto quello che scriverai apparterrà al tuo passato

E così feci.

Ascoltai l’istinto, la sua voce colma come una brocca di elisir di lunga vita, di parole riemerse, seppellite in un cimitero di ricordi. Silenzi lunghi, silenzi eterni, parole bagnate come la terra. Dentro un pozzo di inquietudine ritrovai me stessa e acqua per sciacquarmi il volto dalle lacrime.

Mi risvegliai così, da un torpore invalidante.

Indossai la paura del buio e subito dopo la abbandonai con lo sguardo di chi indietro non sarebbe mai tornato. Fu come lasciarsi alle spalle una manciata di sale, piccoli granelli duri come pietre segnarono il mio destino per sempre.

Fu il terremoto dei sensi, l’imbuto della mia gioia perduta in un istante.

Il vestito dell’anima si strappò e lo gettai in un angolo.

Mi sentii leggera come un velo da sposa.

Pensai alla morte.

E non potete neanche immaginare quante volte ho sognato di sbattere la testa e perdere la memoria come nei film…

In quel pensiero, nero come la pece, scuro come la notte, tentai di rinascere.

All’ombra di una lanterna provai a rivivere…

***

I gabbiani disegnavano cerchi perfetti nel cielo di Roma e lei provava a scrivere di quel giorno, su un foglio inutilmente messo in disparte, in un cantuccio spigoloso del suo inconscio.

Fu così che L. continuò a scrivere per il suo pubblico cieco, sperando che fosse quello delle grandi occasioni.

***

… in questo momento vorrei che provaste a sentire brividi lontanamente simili ai miei. Per quelli del labirinto, invece, è presto, ancora non me la sento di parlarne.

[…]

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