Genova: l’Italia è il Paese del dopo e mai del prima

Genova ieri ha pagato ‒ per tutti ‒ un conto molto salato. Un conto che tocca, purtroppo, anima e corpo di tutti gli italiani, da Nord a Sud.

Genova
Manutenzione prima del crollo

Lo so: è il momento del silenzio e non quello delle parole. Ma io, un paio di cose voglio dirle lo stesso. E se vi sembrerà retorica non fa niente.

Con le macerie, insieme al cemento che non è riuscito a sorreggere il peso di un’Italia che fa pena, tanto è incurante di qualsiasi cosa la circondi, se ne sono andate trentanove vite. I segnali di cedimento c’erano o non c’erano? Chi se ne frega. Adesso quel pezzo del Ponte Morandi non c’è più.

Di fronte alle immagini di persone che muoiono cadendo nel vuoto perché un ponte crolla, le ipotesi non servono, non servono a nessuno. E forse, non occorrono nemmeno i nomi e i cognomi di chi doveva fare quello che, per l’ennesima volta non è stato fatto. Perché in Italia va così: tante cose si sanno e non si dicono, perché fa comodo tacerle. Sta di fatto che ciò che non è stato detto e soprattutto non è stato fatto, ha coinciso con la drammatica realtà.

I fatti, in questa come in altre occasioni, hanno messo un’impronta gigantesca sulle vite di uomini, donne e persino tre bambini, interrompendola senza alcun diritto di replica. Chi mai avrebbe pensato a una tragedia simile? Il punto è proprio questo. I pensieri si fermano laddove comincia la morte, la fine di tutto che mette una pietra sopra il rimbalzo delle accuse e sulle storie ancora da scrivere.

Già. La morte ferma tutto, per pochi attimi e poi si riparte con le scuse, con le bugie. Ci risiamo. Finché non succede niente, non si muove niente. L’Italia è il Paese del dopo e mai del prima. Del “Ormai è tardi”. Questa è l’unica verità che bisognerebbe raccontare.

L’Italia è il Paese, oltre che del debito pubblico, dei debiti di coscienza.

Pioveva, pioveva forte, ieri, come non aveva mai piovuto.

E poi c’è stato il fulmine. Si dice.

“Cedimento strutturale”, “Tecnologia fallimentare”, “Problemi di corrosione”, “Spaccatura infrastrastrutturale, … “Segni preoccupanti di cedimento“.

Il ponte ha ceduto. Questo è.

Siamo al paradosso. Siamo a piangere lacrime di coccodrillo e a raccogliere, come al solito, il latte versato.  Il problema è che l’unica cosa che impedisce di cliccare sul tasto rewind è lei, la morte. E intanto Genova è in ginocchio, senza moviola, anche se si rialzerà come d’altronde ha fatto sempre, dopo le alluvioni. Ma questa volta, ho l’impressione che sarà diverso, che sarà più complicato.

La città degli scambi, del mare che porta lontano e che a volte, d’accordo con il vento e mette paura. Ma questa volta il mare non c’entra. Anche se a tanti “piacerebbe” fosse così.

Genova, città in attesa di sentenze giuste che non arriveranno forse mai. Tuttavia, sono pronta ad essere smentita, perché la speranza non deve morire mai. Anzi, è uno dei pochi atteggiamenti che permette di credere a un cambiamento.

E purtroppo… quasi sempre (restando in tema di paradossi), non cambia mai niente in questo fottuto Paese. In questo fottutissimo spaccato di mondo, in balia del dio denaro e non solo del clima che è cambiato. Diciamo che non poteva fare altro che cambiare, il clima dopo gli interventi irresponsabili dell’uomo. E certo, la Natura si ribella, e la colpa non è di certo sua ma dei soprusi che ha subito finora. Ma questa è un’altra storia.

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